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Sammelsurium
“Infatti, mediante lo stupore, gli uomini sono giunti, ora come agli inizi, a quella scaturigine che domina il filosofare da un capo all’altro”. Aristotele
 
 
 
 
           
       

Indice Post:

Politica:
  - Commento a "Il Golpe" su santaopposizione (30,IX,05)
  - Pane, tetto e lavoro (27,IX,05)

  - Manifestazioni, Rancore ed "Easy-Pol" (12,X,05)
  - Veleno, Ira funesta e senza volto (13,X,05)

  - A proposito di famiglia... (21,X,05)

  - L'eterna adolescenza (22,XI,05)

 -  La rivoluzione (7,XII,05)
Filosofia:
  - Come i rave party superarono Eraclito (29,IX,05)
  - Critica costruttiva a "Come i rave party superarono Eraclito" (2,X,05)
  - Scrittura e Filosofia, ovvero elogio al traduttore (10,X,05)
  - Retorica: l'arte dei coltelli (26,X,05)

  - Arcipelago (7,XI,05)

  - Sul novello necrofago illuminismo (16,XI,05)

 -  Sul concetto di Idea (3,XII,05)
Nuova Critica:
  - La famiglia.. (27,IX,05)
  - Il clientelismo (27,IX,05)
  - Le poste baluardo clientelare (28,IX,05)
Articoli Vari:

  - La triste fine della grande era (27,IX,05)
  - Edificio occupato, riprovare più tardi (18,X,05)
Per riflettere:
  - Come si catturano le scimmie (27,IX,05)
  -
Storia di una gabbianella... (27,IX,05)
  - Per fare il ritratto di un uccello (12,X,05)



“Guarda con il tuo intelletto

E scopri quello che conosci già;

allora imparerai a volare.”

R. Bach “Il gabbiano Jonathan Livingston”


"Vola solo chi osa farlo"

Sepulveda, "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare"










"Non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat. Esse quam videri bonus malebat..."

C.Crispus Sallustius




"Fletto i muscoli e sono nel vuoto!"

RatMan (Leo Ortolani)



"Tutti noi ce la prendiamo con la storia, ma io dico che la colpa è nostra;
E' evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra..."

Giorgio Gaber



"Re, solo vero re di questo secolo, salve
o Sire che voleste morire vendicando
dalle cose politiche e dall'invadente
delirio della Scienza la vostra agione,

di questa Scienza che uccide l'Orazione,
assassina del Canto e dell'Arte e della Lira,
e uccideste morendo, del vostro orgoglio il fiore
ricolmo, nettamente, salve, Re! Bravo, Sire!

Un poeta, un soldato, il solo re d'un secolo
nel quale i re sono figure così smorte,
martire di Ragione secondo la Fede.

Salve alla vostra unica apoteosi, e l'anima
un corteo fiero, d'oro e di ferro, vi scorti
al gioioso e magnifico suono d'un'aria di Wagner"

Paul Verlaine "le seul vrai roi de ce siècle"



"Non posso. E' spaventoso, ma non sopporto piu' di essere osservato da migliaia di occhi, di sorridere e salutare migliaia di volte, fare domande a persone che non significano nulla per me, ed ascoltare risposte che non mi interessano.
No,no! Non posso piu' uscire dalla mia solitudine."

Ludwig II, re di Baviera



«Mi fa incazzare vivere in un paese
 pieno di leggi
 e senza regole»

Gianfranco Funari



"un artista è uno che produce cose di cui le persone non hanno bisogno ma che egli per qualche ragione pensa sia una buona idea dar loro"

Andy Warhol



Cortesia cortesia cortesia chiamo

e da nessuna parte mi risponde,

e chi la dèe mostrar, sí la nasconde,

e perciò a cui bisogna vive gramo.

Avarizia le genti ha preso all'amo,

ed ogni grazia distrugge e confonde;

però se eo mi doglio, eo so ben onde:
di voi, possenti, a Dio me ne richiamo.

 

Ché la mia madre cortesia avete

messa sí sotto il piè che non si leva;

l'aver ci sta, voi non ci rimanete!

 

Tutti siem nati di Adamo e di Eva;

potendo, non donate e non spendete:

mal ha natura chi tai figli alleva.

Folgòre da S.Gimignano

 


Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo inpotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar multaque pars mei
uitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.
Dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnauit populorum, ex humili potens
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. Sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge uolens, Melpomene, comam.

Q. Horatius Flaccus, Carmina, III, 30

 
6 gennaio 2008

Auguri

 








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28 giugno 2006

Il Tempo

 

Ruote dentate macinano istanti impassibili e catene scorrono nel buio.




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15 giugno 2006

I° Esercizio di pensiero filosofico: L’Ombrello.

Cos’è un ombrello?

Rispondere a questa domanda, implica un ragionamento di carattere esistenziale o addirittura ontologico.

Dunque si può stabilire l’essere o l’esistenza, meglio, dell’ombrello nella funzione che ha, ad esempio.

Si usa senz’altro quando piove, ma taluni lo usano quando il sole picchia molto forte.

Cos’è dunque un ombrello?

Se vogliamo mettere insieme queste due asserzioni, e definire l’esistenza dell’ombrello in base al suo utilizzo, l’ombrello diventa improvvisamente da semplice oggetto d’uso pressoché quotidiano, una vera e propria macchina per contrastare la natura.

L’uomo si serve di questo utensile, per evitare le conseguenze del ciclo naturale dell’acqua, di cui altrimenti avrebbe fatto parte.

Con l’ombrello l’uomo dunque si libera di una responsabilità.

Non fa più parte di un qualcosa che è di fondamentale importanza sul pianeta di cui è ospite, e si tira fuori da una partecipazione attiva alla vita della natura.

E lo fa con una macchina.

Con una macchina, l’uomo impedisce all’acqua di bagnarlo, di compiere il suo dovere, oppure al sole di colpire con la forza che più gli aggrada.

La macchina che l’uomo ha costruito con le sue mani d’artista, sconfigge il volere di una stella, spiazza un sistema ciclico millenario.

Da sempre l’uomo costruisce macchine per lavorare sulla natura e sui suoi effetti.

Da sempre con sprezzante arroganza l’uomo mette la sua comodità sopra lo scorrere armonico di ciò che, creato o meno dalle mani di un Dio, è senz’altro perfetto.

Perfetto sempre usando la fisica così come la conosciamo e che ci ha permesso la costruzione dell’ombrello, ma d’altro canto la fisica altro non è altro che un modello preferibilmente matematico del mondo che ci circonda, e se inventiamo una fisica rifiutando due tre assiomi e assumendone degli altri, tutto ci apparirà imperfetto.

E forse, per correggere le imperfezioni, ci serviremo di macchine peggiori dell’ombrello, e faremo quadrare testardamente non solo la nostra comodità, ma anche la nostra fisica, e la nostra idea di mondo, al mondo reale.

E quale sarà allora il mondo reale?

Finora, cambiando fisica di riferimento il mondo ci è apparso imperfetto, e ci è andata parecchio bene.

Se cambiassimo fisica e il mondo rimanesse perfetto, allora sì che sarebbe un problema, dato che sarebbe impossibile eguagliare realtà esistente e realtà effettuale.

Con due diversi modelli di realtà, quale definire come “esatto”?

La fisica è dunque una scienza esatta?

La fisica che applichiamo ordinariamente è l’unica possibile, e l’unica funzionante?

Quanti altri ombrelli dovremo ancora costruire prima di smettere di crederci i possessori della verità e realtà, e accettare il nostro posto all’interno del perfetto, imperfetto, funzionante, non funzionante, bello e armonico mondo?




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15 aprile 2006

Stola e Grembiule

Forse a qualcuno può sembrare un'espressione irriverente, e l'accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.

Si, perché di solito la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami. Non c'è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.
Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule, né di amitti, né di stole, né di piviali.
Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.
Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l'aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di samice d'oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d'argento!
La cosa più importante, comunque, non è introdurre il "grembiule" nell'armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l'altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile.
Nel nostro linguaggio canonico, ai tempi del seminario, c'era una espressione che oggi, almeno così pare, sta fortunatamente scomparendo: "diritti di stola". E c'erano anche delle sottospecie colorate: "stola bianca" e "stola nera". Ci sarebbe da augurarsi che il vuoto lessicale lasciato da questa frase fosse compensato dall'ingresso di un'altra terminologia nel nostro vocabolario sacerdotale: "doveri di grembiule"! Questi doveri mi pare che possano sintetizzarsi in tre parole chiave: condivisione, profezia, formazione politica.
Speriamo che i seminari formino i futuri presbiteri ai "doveri di grembiule" non solo con la stessa puntigliosità con cui li informavano sui "diritti di stola", ma con la stessa tenacia, col medesimo empito celebrativo e con l'identico rigore scientifico con cui li preparano ai loro compiti liturgici.
 
+ Tonino Bello, Vescovo




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11 aprile 2006

La fine e l'inizio

Mi sembrano evidenti, dai risultati di queste elezioni, alcune conclusioni per niente tranquille.

In Italia ha senza dubbio fallito la democrazia rappresentativa, nessuno tra i candidati premier potrà dire di rappresentare gli italiani.

E’ ora il momento di guardarci negli occhi e di mettere in discussione quanto di più saldo avevamo prima, è ora di ripensare alla società e al sistema, è ora di rinnovamento totale e completo.

E’ il momento di rivoluzionare il modo di pensare la politica, è il momento di rivoluzionare la Politica.

Bisogna distruggere il vecchio concetto di “fiducia nella politica” inserendolo in un sistema che lo renda ovvio.

Bisogna costringere ogni uomo maturo a prendersi le proprie responsabilità e a partecipare attivamente alla vita comune e alla gestione del sociale.

Bisogna costruire un sistema che non funzioni per la gente ma che sia la gente, un sistema che sia così trasparente e leggero da non essere nemmeno avvertito.

Bisogna ricostruire da zero il concetto di libertà e bisogna essere liberi.

La democrazia rappresentativa non ci concede di essere liberi, e i risultati di queste elezioni ne sono una prova.

Ora più che mai nessuno potrà rappresentare l’Italia.

Se tutto funzionasse come dovrebbe, mi aspetterei che chiunque abbia a che fare con la politica ad alti livelli si dimetta all’istante, riconoscendo di aver sbagliato completamente.

Se tutto funzionasse come dovrebbe, questo 11 aprile segnerebbe una grande fine e un grande inizio, che poi non è altro che la definizione di “rivoluzione”.

Urge una rivoluzione che nessuno sarà in grado di portare avanti.

La rivoluzione appare oggi un dovere, un obbligo, l’unico modo per poter andare avanti, eppure nessuno se ne prenderà l’onere.

Nessuna dichiarazione di nessun politico appare minimamente scossa dal risultato, che viene interpretato solo come un grosso ostacolo per governare.

Ma è qualcosa di più.

Un risultato del genere è senza dubbio la fine.

E si continuerà a sprofondare fino a quando qualcuno non saprà prendere al volo le redini e costruirà un inizio dopo questa fine.

Giovani rivoluzionari, questo è il vostro momento.

Costruite ora un’Italia della gente, costruite una democrazia che sia davvero partecipazione.

Costruite un sistema che sia la gente, che costringa non con imposizioni, ma intrinsecamente a prendersi ognuno le proprie responsabilità.

Fate dei partiti un’unità di base radicata nel territorio e nella gente e non una verticale scala al potere.

Inserite ogni uomo che diventa adulto nella grande macchina politica.

Solo così le idee di tutti potranno essere portate avanti con fermezza ma soprattutto con genuinità e semplicità, che è quella che manca oggi.

La democrazia rappresentativa non è democrazia e oggi questo appare lampante.

Infatti, ad oggi nessuno ci rappresenta.




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17 marzo 2006

Prima Dichiarazione della Selva Lacandona

OGGI DICIAMO BASTA!

AL POPOLO DEL MESSICO

Noi siamo il prodotto di 500 anni di lotte: prima contro la schiavitù, poi, durante la Guerra d'Indipendenza contro la Spagna capeggiata dai ribelli, poi per evitare di essere assorbiti dall'espansionismo Nord Americano; poi ancora per promulgare la nostra costituzione ed espellere l'Impero Francese dalla nostra terra; poi la dittatura di Porfirio Diaz ci negò la giusta applicazione delle Leggi di Riforma, il popolo si ribellò e emersero i suoi leaders come Villa e Zapata, povera gente proprio come noi, ai quali, come noi, è stata negata la più elementare preparazione; così possono usarci come carne da cannone e saccheggiare le risorse della nostra patria e non importa loro che stiamo morendo di fame e di malattie curabili, e non importa loro che non abbiamo nulla, assolutamente nulla, neppure un tetto degno, ne' terra, ne' lavoro, ne' assistenza sanitaria, ne' cibo, ne' istruzione, che neppure abbiamo diritto di eleggere liberamente e democraticamente i nostri rappresentanti politici, ne' vi è indipendenza dallo straniero, ne' vi è pace e giustizia per noi e per i nostri figli.

Ma oggi noi diciamo BASTA! Noi siamo gli eredi dei veri costruttori della nazione. Noi, gli espropriati, siamo milioni e perciò chiamiamo a raccolta tutti i nostri fratelli perchè si uniscano a questa lotta, che è l'unica strada per non morire affamati davanti all'insaziabile ambizione di una dittatura di più di 70 anni, guidata da una cricca di traditori che rappresenta i gruppi più conservatori e venduti. Sono gli stessi che si opposero a Hidalgo e Morelos, sono gli stessi che tradirono Vicente Guerrero, gli stessi che vendettero più metà della nostra terra agli invasori stranieri, gli stessi che importarono un principe europeo per governarci, gli stessi che diedero vita alla dittatura degli scientifici porfiristi, sono gli stessi che si opposero alla Espropriazione del petrolio, che massacrarono i ferrovieri nel 1958 e gli studenti nel 1968, sono gli stessi che oggi ci spogliano di tutto, assolutamente di tutto.

Per fermare tutto ciò e come nostra ultima speranza, dopo aver tentato di utilizzare ogni possibile mezzo legale basato sulla nostra Carta Magna, torniamo ancora ad essa, alla nostra Costituzione, per applicare l'articolo 39, che dice:

"La Sovranità Nazionale ha la sua origine ed essenza nel popolo. Tutto il potere politico emana dal popolo e si costituisce per il beneficio del popolo. Il popolo ha, in ogni momento, l'inalienabile diritto di cambiare o modificare la forma del suo governo."

Popolo del Messico:

Noi, uomini e donne, nel pieno delle nostre facoltà ed in libertà, siamo coscienti che la guerra che abbiamo dichiarato è l'ultima nostra risorsa, ma che è una guerra giusta. I dittatori stanno applicando una guerra genocida non dichiarata contro il nostro popolo da molti anni. Pertanto, chiediamo la vostra partecipazione, la vostra decisione di appoggiare questo piano del popolo messicano, che lotta per lavoro, terra, tetto, alimentazione, salute, educazione, indipendenza, libertà, democrazia, giustizia e pace. Dichiariamo che non smetteremo di combattere sino a quando i bisogni elementari del nostro popolo non saranno soddisfatti da un governo del nostro paese libero e democratico.

UNITEVI ALLE FORZE RIVOLUZIONARIE

DELL'ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE.

 

Comando Generale dell'EZLN

Selva Lacandona, Chiapas

Dicembre 1993




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4 febbraio 2006

Burri, gli artisti e la materia.

Presentata a dieci anni dalla scomparsa di Alberto Burri, questa mostra è dedicata alla trasformazione delle tecniche artistiche avvenuta nel secondo dopoguerra, facendo particolare attenzione alla riscoperta di nuovi materiali artistici.

Gia Pollock con l’introduzione della tecnica “dripping”(sgocciolamento), aveva trasformato il dipinto in un’arena nella quale agire, così le ricerche materiche degli anni cinquanta, sull’onda del successo dell’informale, ovvero di quella corrente artistica che crede nel dipinto che non sia ritratto di una forma, partono dal collage surrealista e cubista riadattato con materiali della vita quotidiana, e iniziano un’evoluzione che le porterà al completo abbandono dell’ idea di quadro precedente, riscoprendo, ad esempio, le materie plastiche.

Questa mostra intende presentare questa evoluzione attraverso un percorso che comprende opere di diversi artisti, ma con un occhio di riguardo verso Alberto Burri.

Ci troviamo così di fronte a opere che, sebbene al giorno d’oggi hanno perso quel sentimento di avanguardia che le circondava quando sono state presentate, colpiscono senz’altro l’osservatore per la maestria con la quale i materiali più disparati diventano arte.

Nelle mani dell’artista catrami e plastiche diventano capolavori ed attraverso un minuzioso lavoro di collage, disegni geometrici, giustapposizione, ma anche deflagrazione e combustione, l’artista ci ripresenta oggetti di vita quotidiana in grado ora di esprimere qualche sentimento in più.

Le opere sono disposte quindi in modo da mettere in risalto il percorso evolutivo che partendo dalle ricerche sulla terza dimensione e i nuovi materiali iniziate ad esempio da Fontana, arriverà a staccare il dipinto dalla parete, fino a diventare addirittura sinestesia in “Respirare l’ombra” di Giuseppe Penone, una stanza con le pareti fatte di cubi di foglie secche tenute da una rete.

Quello che si evince veramente usciti da questa mostra è che l’arte, nel tempo, ha subito evoluzioni enormi segnate da piccoli passi e grandi pietre miliari avanguardiste, e si è andata sempre più emancipando, ha perso pian piano tutte le sue funzioni utilitaristiche, partendo da quella anticha religiosa, fino a quella di trasposizione della realtà, per avvicinarsi a un totale annichilimento di ogni tipo di regola o canone dando spazio alla vera interpretazione che l’artista da del suo genio creativo.

Ad oggi l’arte è sola espressione di questo spirito creativo così come l’artista lo interpreta nel comunicarlo, e se questo è così grande che non può assolutamente essere tenuto a freno, potrà mai contenerlo una semplice tela?




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4 gennaio 2006

(in)comunicabilità e “comunicazione forte”.

Nulla c’è. Se anche qualcosa ci fosse non sarebbe pensabile. Se anche qualcosa potesse essere pensato non sarebbe comunicabile.

Così Gorgia secoli or sono sparava a zero sulla filosofia ontologica, senza sapere che queste tre frasi sarebbero rimaste immortali.

E davvero immortali sono rimaste se ancora oggi sento il bisogno di prendere l’ultima delle tre proposizioni come scintilla per far scaturire questa piccola dissertazione.

Se anche qualcosa fosse pensabile non sarebbe comunicabile.

Gorgia intendeva con questo levare ogni spessore e peso alla nuda parola, e così facendo ne metteva a nudo l’intrinseca incapacità di comunicare, aprendo le porte al ripiegamento solipsista.

Il solipsismo infatti sta a significare una sorta di chiusura; è solipsista colui che cerca la verità dentro se stesso, chi crede che l’uomo stia “solo sul cuor della terra”, ma è solipsista anche e soprattutto chi crede nell’incomunicabilità, ossia nell’impossibilità dell’uomo di comunicare con gli altri.

Secondo Gorgia, tra il mittente e il destinatario il messaggio viene irrimediabilmente distorto, giacchè quello che io credo di comunicarti non è quello che effettivamente tu ricevi.

Scriveva Umberto Eco: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, una frase degna di essere considerata il manifesto del nominalismo, ed una frase che certamente non possiamo trascurare.

L’essenza della rosa dunque risiede nel nome e noi abbiamo solo i nomi, ci sfugge quindi l’essenza delle cose che risulta inarrivabile, mentre noi lavoriamo solo su parole.

Quello che il mittente vuole dire per rosa e quello che il destinatario intende per rosa non importa, perché tanto l’essenza della rosa è inarrivabile, di conseguenza il mittente può comunicare solo un semplice nome “rosa” e non l’essenza del fiore. Dove risiede dunque l’essenza delle cose?

Locke risolverà questo problema nel “trattato sull’intelletto umano”, arricchendo la teoria delle idee e affidando alla parola il compito di sigillare l’idea, sinestetico fascio di esperienze, in un concettosu cui la mente potesse lavorare con facilità.

Non può però sfuggirgli l’ambiguità del significato, definirà il linguaggio come imperfetto, distinguerà un’”essenza reale”, a noi ignota e un’”essenza nominale”, e individuerà nelle “idee semplici”, ovvero quelle semplicemente sensoriali le più facili da comunicare.

Successivamente, il problema della comunicabilità si è proiettato nel tempo, assumendo i caratteri di una vera e propria “filosofia del linguaggio”, che ancora oggi rappresenta uno dei grandi problemi che la filosofia è chiamata ad analizzare, basti pensare a Wittgenstein.

 

In effetti la parola è senz’altro un concetto debole e con questo intendo dire che la nostra mente lavora su idee e non su nomi.

L’essenza delle cose, è vero, ci sfugge, eppure, attraverso l’esperienza, la nostra mente costruisce idee e parole per incapsulare ogni idea, dopodichè sulle prime opera il vero lavoro, che oggi chiamano processi cognitivi, mentre le seconde le invia  sperando che esse vengano accolte.

Il linguaggio è imperfetto perché la nostra mente, incapace di lavorare sui nomi, deve partire da questi ultimi per raggiungere le idee ad essi associate, ed essendo l’esperienza diversa per ognuno di noi, questo genera confusione.

Porto un esempio:

Poniamo due amici, Riccardo e Nicola che stanno passeggiando per le vie di Roma. Ad un tratto Nicola nota un piccione zoppo e lo indica a Riccardo. Naturalmente, Nicola ha bisogno di mettere il piccione in relazione a qualcos’altro per indicarlo a Riccardo, e così gli fa presente che il piccione che dice lui è a fianco al bidone per i rifiuti verde, e Riccardo lo nota.

Nulla di strano, è stato già detto che Locke affermò che i nomi delle idee semplici sono i meno dubbi, eppure forse è il caso di diventare più empiristi di Locke (!) e di fare un passetto in più.

Poniamo che Nicola e Riccardo vedano i colori in modo diverso,e che fin da piccolo a Nicola sia stato insegnato a chiamare “verde” tutto ciò che ha un determinato colore, ovvero che reagisce in un certo modo alla vista.

Eppure se il colore che Nicola chiama “verde” è quello che Riccardo chiama “rosso”, questo non influisce nella possibilità di localizzare il piccione nel caso in cui Nicola veda il bidone del colore che lui sa chiamare “verde” e lo stesso accade per Riccardo.

Di che colore è realmente il bidone non importa.

Ma non importa, a pensarci bene, neanche il nome del colore.

Dunque la realtà, intesa come essenza, è senz’altro soggettiva e dipende dall’esperienza, nell’esempio, dal fatto che Nicola e Riccardo vedono i colori in modo diverso, e la parola è solo un indicatore di qualcos’altro, nell’esempio il verde indica un colore, ma nessuno dei due sa che l’altro lo vede diversamente.

Quello che realmente conta, e che realmente differisce è dunque l’idea.

L’idea torna ad essere la materia prima sulla quale la mente lavora, l’idea e non il nome.

Però, riflettendo, non si può non notare che Nicola e Riccardo sono stati molto fortunati, perché il bidone era di un suo colore, entrambi vedono i colori in modo diverso, ma hanno trovato il colore che entrambi chiamano “verde”, se Nicola avesse chiamato quel colore “rosso”, il linguaggio avrebbe annientato ogni possibilità di notare il piccione.

Dunque la parola è comunicazione debole ed il linguaggio è veramente imperfetto.

A pensarci bene esistono però delle “parole forti”, che in apparenza sembrerebbero persino scavalcare le idee e arrivare così come sono a diventare strumento di pensiero.

Sono tutte quelle parole il cui significato è difficile spiegare.

Se alla domanda “che vuol dire?” non sapete trovare una risposta esauriente, allora siete di fronte ad una parola forte ed usarla vi porterà raramente ad incomprensioni.

Ad esempio “amore” è una parola forte, perché qualunque idea è collegata alla parola amore per qualcuno, per forza combacia con una parte dell’idea che ne ha qualcun’altro, infatti nessuno sa con chiarezza definire il fascio sinestetico della parola “amore”.

Si potrebbe ora obiettare che se Nicola dicesse “amore” per quello che Riccardo chiama “odio” si riavrebbe confusione, ma suggerisco di abbandonare questo esempio in cui io ho volutamente esagerato conferendo ai due sensibilità diversa, e di guardare invece alla realtà in cui le parole sono spesso imperfette per sfumatura.

Infatti raramente si incontreranno due persone che alla stessa parola associano idee diverse, più facile è invece trovarsi nella situazione di dover esprimere qualcosa e non trovare la parola che realmente soddisfa, abbandonandosi a loquaci giri di parole, ad azzardati esempi, a gesti, espressioni o a immagini che si pensa possano rendere l’idea meglio della parola.

Se invece di arrampicarsi sugli specchi descritti testè ci si accontentasse e si pronunciasse quella parola che, sebbene non del tutto soddisfacente, si avvicina di più all’idea, che continua a regnare incontrastata poiché, come si nota facilmente, è l’unica cosa che rimane fissa, ebbene allora si sarebbe scesi ad un compromesso che non sarebbe accettabile in un linguaggio perfetto, come il nostro naturalmente non è.

Ma di fronte a una parola come “amore” è difficile cadere in incomprensioni, perché, non essendo in grado di abbinargli un’ idea precisa, la mente le affida una sinestesia che resta sempre soggettiva, ma che non può creare scompiglio.

Difatti, se ne’ Nicola ne’ Riccardo sanno esplicare bene cosa intendono per amore, ma entrambi hanno il concetto in mente, com’è possibile che l’uno possa dire all’altro “non hai capito cosa intendo.”? Poiché infatti egli stesso non sa cosa intende!

La “parola forte” non riesce dunque a superare il passaggio da nome a idea arrivando così com’è ad essere immediatamente fruibile dalla mente, ma neanche è possibile che le venga associata un’idea soggettiva e precaria, dunque si viene a creare una comunicazione forte, che non vuol dire che la mente vi lavora su, perché la mente lavora solo su idee e non su nomi, che invece sono comunicazione debole.

In conclusione, le parole sono proiezioni delle idee all’esterno, ma sono imperfette in quanto si prendono un compito che non sono capaci di svolgere, ovvero la riproduzione dell’idea nell’altro.

Questo però non ci dovrebbe gettare in un atroce solipsismo, infatti sebbene imperfetto il linguaggio è l’unico modo che abbiamo per comunicare, e nella sua imperfezione riesce comunque a trovare parole che ne superano la barriera.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus?

No, Est rosa pristina ignota, stat rosa certa in idea sed cum nomina nuda vivemus.

 




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26 dicembre 2005

Per quest’anno ha vinto il grinch

Già, quest’anno il Grinch è riuscito a rubare il natale.

Non ve ne siete accorti???

Come volevasi dimostrare.

Chi ha avvertito spirito natalizio quest’anno?

Non sto parlando del senso profondo e del vero significato del natale, ma di quella candida gioia intrinseca in esso, che esplode durante l’avvento, la vigilia, il natale e così fino all’epifania, che poi tutte le feste si porta via.

Troppo presi dalla frenesia del traffico per rendervi conto dei festoni per strada, o troppo presi a ridacchiare indicandoli all’amica e facendo dell’ironia sulla loro bruttezza, per notare quel bimbo che non avendone mai visti ride, ride e ride ancora, e il padre che vedendolo ridere, ride anche lui e una lagrima gli riga il volto.

Troppo occupati a scegliere di che colore fare quest’anno l’albero rigorosamente monotematico, e magari a sbuffare per quanto ci pesa il dover decorarlo con cura per accorgersi di quell’alberello spennacchiato che il nostro vicino sta riempiendo di palline colorate e lucette lampeggianti e che alla fine la figlia, salendo sulle spalle del padre, completa con un puntale che è sempre lo stesso che usava la nonna.

Vi sembravate così scemi a raccontare ancora quella vecchia frottola di Babbo Natale, che avete soprasseduto, e i regali a vostro figlio li avete dati il ventiquattro sera, senza vedere che nella casa di fronte a voi, uno zio cinquantenne si travestiva e portava i regali a due bambini di sei anni, che qualcosa hanno intuito, ma hanno lasciato perdere.

E vi ho visto, mentre passeggiavate per le strade della città e per le piazze in festa, e pensavate che tanto questi posti li vedete da trent’anni e non cambia mai nulla, scordandovi che la vera scoperta non si ha in nuovi posti ma con nuovi occhi.

Vedendo una signora con in mano due bustone enormi di carta tipiche del natale, non avete pensato che ad signora con in mano due bustone enormi di carta, e non ai nipotini ai quali è destinato il contenuto di quelle buste, che la signora vuole fare felice ad ogni costo, ed è soddisfatta dei regali che ha fatto, ma non solo, è contenta di girare per le strade e respirare il natale, quel poco che riesce a trovare.

Non vi ho sentito canticchiare "jingle bells", mentre le suonerie del vostro cellulare esplodevano di polifonia spernacchiando le vostre assurde melodie pop, eppure dietro l'angolo è proprio "jingle bells" che suonava con la sua campanella elettrica quel babbo natale di plastica appeso alla porta di quella casetta.

Non vi siete lasciati commuovere dalla faccia di quel padre che avete visto comprare dello zucchero filato ai suoi bambini, e contento di averli fatti felici passa alla prossima bancarella chiedendo ai figli quale statuetta vorrebbero comprare quest’anno per il presepe.

No, voi si che avevate da fare, da pensare ai vostri mille problemi, per pensare al natale.

Del resto il natale è bello da bambini, dopo è solo una “festa consumistica”, una noia perché bisogna fare i regali.

“Tanti auguri di buon natale” recitano gli sms che chini sul vostro cellulare mandate ai parenti, e mentre fissate il vostro display in una casetta si sta svolgendo il tipico cenone con tutta la famiglia e i parenti che magari si rivedono dopo tanto tempo di lontananza si scambiano gli auguri e i regali dandosi appuntamento al prossimo natale.

Ipocrisia, la chiamate, e compiacendovi della vostra superiorità tornate a pensare alle cose serie della vita, alla politica, al lavoro, ai soldi, alla carriera, al successo.

Un tempo si diceva che “a natale siamo tutti più buoni” e che il mondo non cambierà mai, le disgrazie e i problemi esistono ma a natale tutti si fermano e vince la gioia.

Di spirito natalizio quest’anno non ne ho visto. Evidentemente, per quest'anno ha vinto il Grinch.

 

Caro Babbo Natale,

visto che sono stato buono, per favore, quest’anno sotto l’albero fammi trovare un po’ di spirito natalizio da regalare a questa società, perché ne ha davvero bisogno.

Fai capire a tutti che il natale è Bello, perché è davvero la festa della gioia.

Regalami la consapevolezza di non essere ormai uno tra i pochi a commuoversi delle facce della gente sotto natale, delle bancarelle di piazza navona, dell’albero di natale, delle lucette che uso da quando sono piccolo e che mamma dice che fanno innervosire con la loro musichetta che a me fa ridere e piangere.

Donami la bellezza dell’avvento, la felicità che contraddistingue il conto alla rovescia per il natale, perché ricordo che fino a due anni fa mi capitava ad agosto di pensare “eh, non vedo l’ora che sia natale!”, e quest’anno me ne sono accorto il 22 dicembre.

Sarà una richiesta stupida, superficiale, magari non è “seria” come la pace nel mondo o la povertà o la guerra o che so io, ma penso che a molta gente quello che serve davvero è un natale vero, bello e gioioso.

 

Buon Natale, Buon Natale davvero, e che riscopriate la gioia delle lacrime di fronte alla felicità del natale.




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24 dicembre 2005


Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi "Buon Natale" senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l'idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l'ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.

Tanti auguri scomodi, allora , miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l'aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell'oscurità e la città dorme nell'indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere "una gran luce" dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge ", e scrutano l'aurora, vi diano il senso della storia, l'ebbrezza delle attese, il gaudio dell'abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l'unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

+ Don Tonino Bello




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9 dicembre 2005

...a proposito di rivoluzioni

''Potremmo dire che l'Avvento e' il tempo in cui occorre che i cristiani risveglino nel loro cuore la speranza di potere, con l'aiuto di Dio, rinnovare il mondo''

Benedetto XVI

(cfr. post "La rivoluzione", del 7,XII, 05)




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7 dicembre 2005

La rivoluzione

Essere rivoluzionari vuol dire credere nella possibilità di ricevere un tangibile miglioramento dall’abbattimento di un sistema presente per l’instaurazione di uno nuovo.

Molte rivoluzioni nella storia si sono macchiate di infamia, ma soprattutto quasi tutte non hanno rispettato questo patto, perché non hanno capito che “rivoluzione” non è sinonimo di “ribellione”.

Così la parola rivoluzione evoca oggi un uomo preferibilmente sudamericano con il passamontagna e un fucile che lotta per la libertà del suo paese e/o dei meno abbienti.

Rivoluzione non è violento cambiamento imposto.

Mi perdonino i teologi, ma secondo me, l’essere cristiani è anche essere rivoluzionari, in quanto il cristiano si erge, come uomo che grida nel deserto, ad avanguardia del regno dei cieli, poiché crede che il regno di Dio altro non è che quel mondo migliore (e terreno) in cui noi tutti speriamo.

Essere rivoluzionari oggi, appare quindi come un’esigenza.

L’esigenza di cambiare il modo di vedere attuale, l’esigenza di cambiare le lenti a degli occhiali ormai incrinati, ci deve toccare nel profondo.

Essere rivoluzionari oggi vuol dire credere che la felicità non si basi sull’apparire o sulla ricchezza, mostri sacri tante volte idolatrati attraverso l’effige del porche e del Grande Fratello, grandi valori a cui gira intorno tutto il resto.

Ma vuol dire anche credere che la Verità tante volte calpestata e celata da interessi enormi, non è morta, può rinascere e rinasce, proprio ogni volta che qualcuno per i suoi biechi interessi la calpesta o la distorce.

La rivoluzione in cui oggi bisogna credere è il cambio totale di rotta della nave mondo.

Vuol dire credere in rapporti più sani con qualunque altro uomo, nell’abolizione di ogni distinzione di sorta, e soprattutto vuol dire credere che i confini che ci siamo disegnati sulle mappe, confini che la natura non aveva pensato, siano solo agevolazioni per l’amministrazione degli spazi, i che porterebbe alla conseguente caduta della Nazione come valore.

Sono fiero di essere italiano e ne gioisco, perché sento davvero che quello che sono oggi è frutto della storia e dell’evoluzione culturale italiana, ma il mio essere italiano non è tra i miei Valori, cioè tra quelle cose che ispirano le mie scelte e reggono la mia vita.

Il rivoluzionario di oggi non lotta con passamontagna e fucile, ma con la propria vita, con il proprio esempio.

Il rivoluzionario di oggi lotta per la Libertà, ma crede anche che l’ essenza della Libertà è difficile da capire, perché si è sempre abusato di questa parola.

Si parla troppo spesso di libertà intendendola come la possibilità di far qualcosa.

Libertà invece è molto di più; essa consiste nella sconfitta di ogni tipo di schiavitù, e perciò è utopica.

L’utopia guida il rivoluzionario nell’abbattere, quindi, le schiavitù che subisce o vede subire ogni giorno, nella gente che non è se stessa

e indossa una maschera, da chi vive di modi di dire e di abitudini, di chi non si conosce e perciò prova di tutto per capire chi è veramente, di chi non ha il coraggio di fare “deserto” e di guardarsi per una volta in faccia.

La schiavitù è maschera.

La Libertà è scoperta di se stessi, di cosa si vuole fare di se, di quella vita donataci affinché dia frutto e diventi vera e autentica.

La Libertà si ottiene fermandosi un attimo dalla continua frenesia di sempre, guardandosi in faccia e facendo il punto del proprio cammino.

Il rivoluzionario di oggi è un uomo Libero.




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3 dicembre 2005

Sul concetto d’idea.

 “Ma prima di procedere alla esposizione di ciò che penso circa questo argomento, devo, sul limitare, chiedere scusa al lettore pel frequente uso della parola idea, ch’egli riscontrerà in questo trattato.” J.Locke


 
Sul concetto di Idea molti grandi filosofi hanno continuamente argomentato.

Questo perché l’idea è, ovviamente, una sorta di unità di pensiero, o l’azione che esso compie all’esterno e all’interno di se, la dimostrazione ultima ed essenziale dell’ esistenza, l’elemento che ci da certezza nella ricerca della verità.

Intorno a come le idee vengono a formarsi all’interno del nostro intelletto, a come esse ne escono, e sulla natura del nostro metodo di cognizione di queste si è aperta una disputa che continua ancora oggi, anche se in minor modo.

Non mi arrogo certo la pretesa di scrivere un saggio storico filosofico dell’evoluzione del concetto di idea nella storia del pensiero occidentale, voglio solo intraprendere un veloce volo in questo argomento che si prospetta di grandissimo fascino.

Si è detto che l’idea è l’unità primaria del pensiero.

La parola “idea” viene dal greco, e ce la suggerisce Platone con la sua “dottrina delle idee”, che dipinge tutti gli oggetti che ci circondano come copie imperfette di idee abitanti nell’ ”iperuranio”; queste idee sono legate agli oggetti a cui si riferiscono perché esse sono allo stesso tempo criterio di giudizio, quindi pensabilità e causa di questi.

Ma non dobbiamo leggere l’ “idea” platonica con il concetto di idea che abbiamo oggi, poiché infatti per Platone le idee sono solo gli ideali, o i valori, e le idee matematiche; egli parla anche di idee più “materiali”, ma in minore e più confuso modo.

L’anima, scendendo dall’iperuranio ha solo sbiadite reminescenze della perfezione delle idee che ha conosciuto.

Questa è la prima vera teorizzazione e argomentazione fatta a fondo intorno al concetto di idea, anche se non proprio intorno all’idea come la intendiamo oggi.

Per meglio comprendere quanto detto finora possiamo osservare l’ anti-ontologia di Gorgia, perché, nonostante sia cronologicamente precedente a Platone, è strettamente collegato al concetto di idea.

Nulla c’è.

Seppure qualcosa ci fosse non sarebbe conoscibile.

Seppure qualcosa ci fosse e fosse conoscibile non sarebbe comunicabile.

Naturalmente una simile visione dell’essere appare quantomeno tragica, ma se andiamo più nel profondo, scopriamo che Gorgia con questa sparata anti-ontologica vuole semplicemente spezzare il discorso filosofico ontologico così come era stato sempre inteso prima di lui, mettendo davanti agli occhi di tutti l’impossibilità di una qualunque teorizzazione ontologica.

All’interno di questa argomentazione poi, questo frammento ricopre una grande importanza, in quanto ci indica i tre grandi punti su cui soffermare la nostra ricerca, che deve allora ruotare intorno al se effettivamente queste idee ci siano, che poi è equivalente a chiedersi cosa esse siano, se anche ci fossero, se sarebbero intelligibili e come, e se fossero anche intelligibili se sarebbe possibile comunicarle e come.

Di fronte a questi interrogativi, la filosofia vede nascere una grande dualità, o meglio ancora una grande spaccatura.

Innatismi ed empiristi in alcuni casi cominciarono a scontrarsi intellettualmente celando, ma neanche troppo finemente, accuse e derisioni per l’altra parte, e continuarono nel tempo più o meno fino a Kant.

Gli innatisti, in parte guidati dalla seguente filosofia scolastica, trovarono nell’intelletto umano alcuni concetti non derivabili da esperienza sensibile e li classificarono come innati, rifacendosi all’innatistica platonica idea di reminescenza.

D’altro canto gli empiristi, sulla spinta illuminista, fondavano sulla percezione dell’esterno la maggior parte della conoscenza del nostro intelletto, e facevano scaturire questa percezione dalla rapsodica esperienza sensibile.

L’ innatismo si faceva forza soprattutto di concetti teologici e morali, ma l’empirismo si trovò a fiorire in un periodo di enorme fioritura della ragione come l’illuminismo, così autori come Locke, spesso riuscirono ad avere la meglio, populisticamente parlando, su autori del peso di Descartes.

Il “saggio sull’intelletto umano” di Locke può essere meglio di tutti una guida, se vogliamo intraprendere lo studio della razionalità e della ragione, in quanto si pone proprio la conoscenza piena di quest’ultima da ogni punto di vista, e rappresenta dunque una pietra miliare della gnoseologia e della dottrina idealistica.

Il saggio sull’ intelletto umano è una sorta di “manuale di illuminismo”, in quanto ve ne ritroviamo tutti quanti i caratteri, a partire dalle modalità di esaltazione della ragione, dalle caratteristiche attribuite a quest’ultima, dall’importanza data alla ricerca dei suoi confini, al ruolo quasi profetico che le viene assegnato.

Attraverso i quattro libri del saggio, Locke analizza l’intelletto in tutte le sue forme, dividendo le idee in semplici e complesse, attaccando apertamente l’innatismo, sintetizzando i gradi e i limiti della conoscenza.

L’idea diviene quindi un derivato della rapsodica esperienza sensoriale, e del lavoro dell’intelletto, ma allo stesso tempo l’idea è proprio punto di partenza per quest’ultimo da cui far scaturire il proprio lavoro;

l’intelletto allora non è un passivo contenitore di modelli della realtà, ma da questi modelli egli trae le basi per poter compiere una ricerca sempre più completa. L’intelletto interagisce con le idee e agisce sopra le idee.

Attraverso la percezione, l’intelletto, per lo più passivo, riceve nuovi concetti, “affinché vi sia sensazione, o percezione, dev’esservi un’idea attualmente prodotta, e presente all’intelletto”.

Attraverso la memoria, lo spirito conserva quelle idee semplici che ha ricevuto mediante sensazione o riflessione.

Locke chiama questo ulteriore progresso verso la conoscenza “ritenzione”, e lo fa accadere in due modi, per contemplazione o rivisitazione.

La memoria è quindi un essenziale magazzino di idee, attraverso il quale l’intelletto può compiere il suo lavoro senza il coadiuvo di quell’esperienza sensibile che era servita la prima volta.

Le tre operazioni principali attraverso cui lo spirito riconosce le idee sono discernimento, comparazione e astrazione.

Il discernimento è la possibilità che ha lo spirito di distinguere tra loro le idee.

La comparazione consiste nel confronto tra le idee sulla base di determinate qualità.

L’astrazione è poi quel processo attraverso il quale lo spirito accomuna varie idee particolari creando un concetto generale.

Ci sono poi altre tre operazioni importantissime che lo spirito compie non più sulle idee ma con le idee interagendo in termini di combinazione, giustapposizione e separazione.

La combinazione consiste ovviamente nella formazione di un idea complessa partendo da due o più idee semplici.

La giustapposizione di due idee consiste nella formazione di un’idea di relazione ottenuta dal vedere in un solo colpo d’occhio due idee distinte.

La separazione di un idea consiste nell’astrarla “da tutte le altre che l’accompagnano nella sua esistenza reale”

Così Locke diventa una pietra miliare nello studio dell’intelletto, ma soprattutto bisogna attribuirgli una grande responsabilità nell’aver smontato e analizzato pezzo per pezzo l’unico strumento che ci consente la nostra misera condizione umana per raggiungere la ben rotonda verità, e dopo di lui il problema idealistico è andato lentamente spostandosi ponendo la sua attenzione sul linguaggio, che nel saggio è trattato quasi secondariamente.

Certamente si elaborarono numerose critiche e perplessità sul saggio; si è detto ad esempio che la semplice esperienza sensibile non può rispecchiare l’idea, intesa platonicamente come reale essenza, di un qualcosa, e così l’attenzione si sposta sulla ricerca di cosa sia effettivamente questa realtà.

Facendo un rapido riassunto del concetto di idea si è detto che essa è il primo elemento di pensiero, in quanto essa è oggetto e collaboratrice dello spirito in qualunque operazione intellettuale.

Si è detto che un’idea è o la visualizzazione polisensoriale di un qualcosa avvertibile attraverso l’esperienza, o un concetto elaborato attraverso il semplice spirito, come un concetto matematico.

Si è detto che un’idea non è solo un passivo quadro, ma interagisce con l’intelletto che può combinarle, compararle e astrarle per comprenderle e combinarle, giustapporle o separarle per interagirci.

Si dirà poi che un fascio di idee racchiuse in un grafema è una parola, e che le parole, in quanto mattoni fondamentali della comunicazione, sono l’unica strada alternativa all’esperienza sensibile per arrivare alla formazione di idee, ma che come diceva Gorgia queste sono imperfette, in quanto non potranno mai sostituire l’entità reale (“nulla è comunicabile”).

Per intraprendere l’ impegnativa, essenziale ricerca della verità, occorre che si conosca appieno lo strumento fondamentale, l’intelletto, soprattutto nei suoi elementi fondamentali, cioè le idee.

Dalle idee nasce tutto quanto.

Le idee sono la base del raziocinio, che poi è ciò che ci distingue da qualunque altro essere vivente.

Gnothi sauton.




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21 novembre 2005

L’eterna adolescenza.

Che cos’è l’adolescenza?

Il verbo adolesco in latino rappresenta la condizione di crescita del puer che volge al vir.

Quindi il ragazzo è adolescente nel momento in cui attraversa un periodo di transizione che lo porterà a diventare finalmente uomo, dopo aver compiuto scelte importanti, dopo aver imparato a scegliere, dopo essersi costruito a poco a poco il suo stile di vita sulla base di solidi valori.

Un tunnel stretto che oppone un forte attrito, ma per il quale bisogna forzatamente passare per diventare uomini adulti, cresciuti, capaci di intendere e di volere.

Ma quanto è lungo questo tunnel?

Dato che la lunghezza dell’adolescenza dipende da persona a persona è impossibile dare un valore assoluto per questo tunnel, anche a livello individuale, poiché quanto durerà la propria crescita non lo sa nessuno.

E’ possibile però individuare degli elementi che ci indicano quando un individuo sta attraversando l’adolescenza.

Innanzitutto l’adolescente non si è ancora creato un vero e proprio ego, ovvero sta ancora in una fase di scelte.

E queste scelte per l’adolescente rappresentano una grande difficoltà, perché le scelte sono elementi di un mondo che non è più quello infantile, ma è quello adulto.

Così l’adolescente ancora non ha imparato a scegliere, perché ha confusi anche i criteri di scelta.

L’adolescente è una mescolanza di infantilismo e serietà, che non è per forza l’ugioso atteggiamento di chi non ride mai.

Così attraverso questi pochi semplici elementi possiamo più o meno accorgersi su se un uomo sta nell’adolescenza o meno, e la durata dell’adolescenza in una società che poi è derivata dall’adolescenza media dei singoli, rappresenta anche un fattore indice della valenza di quel tipo di società e di valori, in quanto da la possibilità di vedere effettivamente quanti adulti e quanti adolescenti produce.

Fino a dieci anni fa l’adolescenza era più o meno dai dodici ai diciotto anni.

Eppure se confrontiamo questo con quanto vediamo ogni giorno intorno a noi, vediamo che con il cambio, o crollo, dei valori, è aumentata l’adolescenza.

Infatti oggigiorno di adulti veramente in grado di operare delle scelte, se ne vedono pochi; l’adolescenza ha raggiunto la punta mai vista dei ventisei – ventotto anni, ed infatti il trentenne oggi, appena uscito dall’adolescenza, impiega il suo stipendio da single per comprare auto sportive, il cui consumo è aumentato spaventosamente, o cellulari, o comunque beni di lusso; e questo non vuol dire, come si diceva qualche tempo fa, che si è più ricchi, perché per ogni trentenne single con porsche e super-cellulare c’è una famiglia che invece non arriva a fine mese, con lo stesso stipendio.

Il ragazzo appena uscito dall’adolescenza non penserà mai a farsi una famiglia.

Il mercato del lavoro non può più offrirgli posti stabili, come in realtà è già nella maggior parte dei paesi sviluppati, ma solo lavori a progetto e così l’adolescente si sente deluso e invece di accettare quello che comunque è lavoro, come nelle generazioni passate, in cui a trent’anni anche se non sei povero di famiglia andavi a fare il muratore piuttosto che il disoccupato, si impunta, trova il suo lavoraccio part-time e con quello si paga le rate della macchina, la droga perché l’adolescente deve provare tutto o non è contento e così per il neo-adolescente trentenne, e le amanti, perché avere sette fidanzate a settimana è più divertente che avere una moglie e due figli in una vita.

La società dei consumi ha creato eterni adolescenti senza voglia di buttarsi a fondo nella vita, senza spalle su cui addossarsi il peso dell’esistenza, senza ossa per fare le scelte di una vita.

Un sedicenne non deve avere lo stesso cervello di un trentenne.

Se è così la società ha fallito e va riformata. In fretta.




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20 novembre 2005


questa è la mia esatta, assoluta idea di Politico:
http://www.beppegrillo.it/dipendenti_governo.3gp




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16 novembre 2005

Sul novello necrofago illuminismo

 

L’illuminismo, o epoca dei lumi, vide nascere alcune tra le più alte menti della storia, filosofi, scrittori, artisti, un po’ meno poeti forse, e sicuramente moltissimi scienziati, di cui molti esercitavano anche le professioni precedentemente enumerate.

Da Pascal a Descartes, da Keplero a Leibniz, l’umanità fece enormi passi avanti, secondo le linee guida della rivoluzione industriale e del razionalismo e innatismo, che lasciano poi posto ad un profondo empirismo.

L’illuminismo, quindi, è un movimento di autonomia della ragione che al contrario negli umanisti neoclassici, si propone di creare dal nulla un’avanguardia filosofico-scientifica dominata dalla ragione.

A proposito dell’ illuminismo, Kant scrisse che «è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso... sapere aude, abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza...» «A questo illuminismo non occorre altro che la libertà... di fare uso pubblico della ragione...».

Ancora, un anonimo tedesco nello stesso anno: «Siamo vissuti nei giorni più felici del XVIII sec. Imperatori, re, principi scendono affabilmente dai loro temuti altissimi luoghi, divenendo padri, amici e confidenti del popolo. La religione fa a pezzi la veste clericale e appare nella sua divina essenza. Il rischiaramento procede con passi da gigante... Le arti e le scienze fioriscono... Non siate superbi nel giudicarci se un giorno starete più in alto e guarderete più lontano di noi... riconosciate con quale coraggio e forza abbiamo innalzato e consolidato la vostra posizione».

Ma che cos’è la ”ragione” nell’ illuminismo?

La ragione illuminista risponde essenzialmente di quattro caratteristiche:

 

1)       Ragione critica : la ragione estende la sua critica su ogni conoscenza o opinione, essa domina doxa ed episteme e deve dominare non solo lo scibile, ma ogni aspetto dell’uomo.

2)       Ragione strumento : la ragione è in se stessa strumento di ricerca e deve necessariamente contenere gli strumenti per una forte autocritica

3)       Ragione utile : la ragione viene usata in tutto e per tutto, viene chiamata a testimone in tutti i campi delle conoscenze in modo da migliorare la vita dell’individuo; ne risulta una totale e completa fiducia nel progresso.

4)       Ragione mediatrice : l’illuminismo, non escludendo la religione, assume anche connotati deisti e antidogmatici che la portano a divenire limite e confine religioso.

 

E così l’ avanguardia illuminista propone valori del tutto nuovi, poiché basati su un progressismo assoluto, che sfocia, a volte, in antistoricismo, come ad esempio cosmopolitismo e tolleranza.

Ma dall’altra parte si addossa la colpa di aver ridotto l’uomo ad una sorta di androide pensante.

“Cogito ergo Sum”.

Forse è vero, ma io cogito anche non aderendo alla ragione come su descritta o senza esprimermi solo secondo geometria (cfr. Baruch Spinosa, “Etica”) o logica.

Ecco, l’illuminismo ha rischiato di operare uno sminuimento che l’uomo non merita.

 

Ed è anche su questo che voglio soffermarmi per introdurre l’argomento di questo brevissimo saggio.

Si sente spesso parlare di dogmi, morale, etica, moralismo, bigottismo, libertà.

E a volte si sente chiamare in causa la ragione per dare manforte ad una tesi volta a schiacciare una forma di moralismo o di etica, qualunque essa sia.

Sbandierando la Libertà e il Progresso dei costumi, si sentono in giro vere e proprie apologie dell’ombelico, o accuse di non essere al passo con i tempi per chi rifiuta il grande fratello o sbigottisce di fronte alle notizie che si sentono sul giornale.

La società attuale è caratterizzata da una forte crisi di valori, che compensa con una sorta di pseudo - illuminismo basato su un tipo di ragione che non rispetta minimamente i caratteri della precedente, ma che trova casa in caratteristiche che ama chiamare impropriamente libertà, emancipazione, progresso.

Con la caduta dei grandi valori, questo novello secolo dei lumi diviene così necrofago, e vivendo della morte di questi ultimi propone una visione della razionalità errata, mostrando l’uso del cervello come una cosa facile, dovutaci perché uomini (cogito ergo sum), esulante dallo sforzo, lo studio, la concentrazione, la lettura, la fatica.

Per esempio, si sente molta gente proclamarsi atea, ma il proclamarsi atei deriva da questo movimento di pseudo-emancipazione che  porta ad un rifiuto dei valori e della mentalità proposta, quasi mai da una dotta e stimabile riflessione sull’argomento.

Piano piano, si è arrivati al punto che è più la gente controcorrente che quella secondocorrente, così ora chi ritiene d’uopo mantenere alcuni atteggiamenti ora rappresenta una minoranza alternativa nei confronti della truppa che si dice progressista ed emancipata.

Potrebbe in effetti apparire un bene, poiché questo correntone controcorrente è spinto da ideologie del tipo “accettami per quello che sono e non per quello che appaio”, eppure questa sorta di illuminismo che porta a rivalutare posizioni alternative attraverso l’uso della ragione è necrofago, poiché vive della morte dell’ etica e della morale così come noi oggi la intendiamo, e visto che non tutto è un male di quest’ultima, si vede poi come continuamente un numero elevato di persone si da ad atti più o meno illeciti o pericolosi, soprattutto nei giovani.

Così uno pseudo-illuminismo invade la mente che si finge avanguardia di idee trite e ritrite, cerca di andare in ogni modo controcorrente, piuttosto si fa ammazzare.

E questo “piuttosto si fa ammazzare” diviene blasone di tutto ciò, poiché mentre lo scrivo, paradossalmente avverto a pelle che una simile presa di posizione è giusta, ma riflettendo sui miei valori mi accorgo che quella prima sensazione di correttezza e giustizia mi derivano solo da fervide emozioni.

Com’è facile scavalcare la sacralità dei propri valori attirati dallo specchietto della ragione e di una tangibile ricerca della felicità attraverso un processo di annientamento dogmatico volto in teoria all’emancipazione, ma in pratica alla perenne insoddisfazione.

Avere come valore il progresso può essere molto pericoloso; infatti esso più lo si insegue, più esso si allontana, e così noi, persi in quell’interminabile inseguimento, siamo costretti a lasciarci dietro ogni giorno un po’ di zavorra, finchè, nudi, non scoppieremo a piangere. Saremo simili ad un uomo che in molto tempo e con molta fatica è riuscito a diventare ricco , ma spende tutti i suoi soldi in un’asta; quello che vuole comprare, infatti, aumenta il prezzo ad ogni offerta, e l’offerente non riesce proprio più a fermarsi.

Ebbene, fermiamoci in tempo, l’antistoricismo è uno dei più grandi sbagli dell’illuminismo senior, evitiamo di doverselo sentir pesare anche su questo novello, blocchiamo la folle corsa alla distinzione ottenuta solo dalle mutande fuori dai pantaloni, invece di dare morte in pasto alla ragione, diamogli una vita ardente di luce, immoliamo ad essa il sudore delle nostre fronti e i pomeriggi passati sulle “sudate carte”. Sudate. Non dovute.

La ragione l’abbiamo tutti, ma per poterla raffinare, abbiamo bisogno di fatica.

Pensare è molto faticoso, è vero, ma se è vero che cogito ergo sum, forse ne vale la pena.

Come suggerisce Kant, “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza”.




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7 novembre 2005

Arcipelago

Nessun uomo è un'isola,
completo in se stesso;

ogni uomo è un pezzo del continente,

una parte del tutto.

Se anche solo una zolla

venisse lavata via dal mare,

l'Europa ne sarebbe diminuita,

come se le mancasse un promontorio,

come se venisse a mancare

una dimora di amici tuoi,

o la tua stessa casa.

La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,

perché io sono parte dell'umanità.

E dunque non chiedere mai

per chi suona la campana:

suona per te.

(J.Donne)

 


Isola.

Quando penso ad un’isola, il mio pensiero vola in alto, e da li inquadra un piccolo, frastagliato mondo, circondato da un mare sempre più blu.

L’isola evoca un idea di autosostentamento, forse di isolazionismo, eppure allo stesso tempo stupisce e affascina l’idea di un piccolo mondo nuovo.

Allora, prepariamo la nave “Favella” e facciamo rotta verso un’isola; può darsi che vi troveremo proprio ciò che da tempo stavamo cercando, o forse agli abitanti dell’isola serve qualcosa che abbiamo noi, o più semplicemente gli indigeni sono simpatici, cordiali e accoglienti, magari ci offriranno del latte di cocco e rimarremo lì sulla spiaggia ad ascoltare storie divertenti, o antiche leggende tramandate di padre in figlio…

Potremmo addirittura scoprire che su quell’ isola da piccoli c’eravamo già capitati e c’eravamo trovati così bene…
Certo, potrebbe anche darsi che gli abitanti dell’isola siano scontrosi e che non ci lascino entrare in porto, o forse, il porto non l’hanno costruito, perché da tempo nessuna nave ha interesse per quel piccolo atollo.

Pazienza, tanto questa è una nave molto forte, anche con l’ancora scendiamo lo stesso, e sono sicuro che scopriremo quell’isola come una delle più belle viste finora.

E potrebbe anche darsi che al posto della spiaggia ci sia una rocciosa e scomoda scogliera, ma è assolutamente impossibile che, una volta scalata quest’ultima, tra le scomode rocce, gli indigeni non abbiano nulla da raccontare, forse poco, piccole storielle che esistono solo se le si cerca, solo se si ha il coraggio di scalare la scogliera a colpi di cuore e piccozza; e anche se magari riescono a raccontare ben poco, poiché in pochissimi hanno scalato la scogliera mentre gli indigeni scordavano come si fa a parlare, ebbene, in quel caso saremo noi a rallegrare la serata intorno al fuoco raccontando degli ultimi viaggi.

E se saremo davvero bravi, forse riusciremo addirittura a convincere l’isola a costruire un porto, così quando ripasseremo, e ripasseremo, la serata attorno al fuoco sarà ancora più lunga, colorata, divertente, e anche più comoda, perché la scogliera dopo averla scalata (per alcune a dire il vero servono due o tre scalate) scompare, perché la roccia serve per costruire il porto; e così l’isola che abbiamo trovato come un atollo, piano piano si costruisce un porto e poi, forse anche le navi.

Può capitare anche che trovando un’isola, ci accorgeremo che l’avevamo già visitata e non c’era piaciuta affatto, o troveremo i relitti delle nostre vecchie navi abbattute dai pesanti colpi di chi accetta solo navi che sanno la parola d’ordine.

Neanche allora dovremo sconsolarci ed abbandonare il viaggio, perché il tempo può molto.

A volte capita che un’isola sprofondi o che vi esploda un vulcano, ed è una tragedia, perché come quell’isola non ne nasceranno più.

Quando si perde un’isola è tutto il mare che piange.

Però anche il mare, dopo il pianto, ospita un sole caldo e rigoglioso, che illuminando l’acqua la rende più trasparente, e allora si ha il miracolo; da laggiù, in fondo al mare, l’isola ci guarda.

Certo, non può più raccontarci le sue storie, ma non è un problema, tanto le abbiamo scritte tutte sul libro di bordo.

Nessuna isola scompare per sempre, mai.

E se sporgendoci dalla ringhiera della nave scorgiamo un’isola che non abbiamo mai visto ne conosciuto, beh, anche quella ha qualcosa da dirci.

Ogni isola che affondando, non lascia una storia nel nostro diario di bordo, è una sconfitta, un monito, un rimprovero perenne.

Che ogni isola abbia sempre, dunque, una potente flotta, che non perda mai occasione per arricchire il diario di bordo; il mondo sarà davvero cambiato solo quando un gabbiano, dall’alto, vedrà il mare invaso da veloci favelle danzanti in cerca di porti pronte ad accoglierle.

Arcipelago.




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26 ottobre 2005

Retorica: L’arte dei coltelli.

Il termine retorica, ovviamente viene dal greco, dove retor viene da erein che significa parlare, e techne è la tecnica.

Quindi la retorica è la tecnica del parlare. Ma il parlare retorico non è semplicemente l’ esposizione di concetti o idee. La retorica in realtà è quella scienza metalinguistica che studia il modo in cui si parla, e tende ad affinarlo. Un buon retorico non ha bisogno di voler dimostrare tesi che siano effettivamente vere, ma vede il dialogo come uno scontro dialettico in cui può mettere alla prova la sua abilità manipolando il discorso a suo piacimento, e sfrutta le sue taglienti asserzioni a scopo persuasivo. Appare ovvio che una simile pratica è ben lungi dall’ inopinabile, ed infatti si hanno critiche alla retorica a partire addirittura da Eraclito, che definisce Pitagora “inventore di coltelli” per aver introdotto quest’arte tagliente. In effetti la retorica è un lato ombroso della filosofia in cui numerosi autori sono caduti, o parzialmente o completamente. La filosofia spesso o sempre deve usare le parole con la maestria di un burattinaio, perché i concetti da esprimere spesso sono più vasti dell’insieme dei significati dati ad una singola parola. Così un testo di filosofia è tanto più faticoso e ruvido da scrivere tanto più è divulgativo. In effetti, l’unico testo filosofico più facile da scrivere è il pensiero. E Pitagora non solo di divulgativo non ha nulla, ma si popone anche come tramite di rivelazione della verità. Un cocktail pericoloso che porta quasi inevitabilmente ad affilare le parole usate e a privare di senso una dialettica costruttiva, infatti spesso la retorica è compagna di viaggio della verità rivelata, e così dall’inventore dei coltelli in poi, la retorica ha sempre un accezione negativa o positiva a seconda del filosofo interpellato. Nel 1274 Raimondo Lullo pubblica l’Ars Magna, e anche lui cerca in una nuova retorica una tecnica per persuadere all’esistenza di una verità rivelata. Così la nuova retorica di Lullo rappresenta davvero la più astuta tra le tattiche di un abile stratega che combatte la sua guerra di posizione in un ideale agorà, egli riesce a sferrare attacchi micidiali e a difendersi dai nemici, facendo prevalere le sue tesi, giuste o sbagliate non ha importanza. Cartesio nel “Discorso sul metodo…” scrive: “(…)mi accorsi che per quanto riguarda la logica, i suoi sillogismi e la maggior parte dei suoi precetti, servivano più a spiegare agli altri quanto già si conosce, o anche, come l’arte di Lullo, a parlare senza discernimento di ciò che si ignora, che non ad apprenderlo. Cartesio era venuto a contatto con questo autore nel 1619 a Dordrecht, dove aveva incontrato un lullista con il quale aveva discorso, e che “si vantava di sapersi servire delle regole di siffatta arte con tale successo da poter discorrere per un’ora su qualunque argomento; se poi gli si fosse chiesto di parlare ancora per un’ora sulla stessa questione, si vantava di trovare argomenti del tutto diversi da quelli precedenti, e così per venti ore di seguito… era un vecchio alquanto loquace, la cui erudizione, ricavata dai libri, si trovava più nelle labbra che non nel cervello”.

Socrate attacca duramente la retorica, contrapponendole una dialettica maieutica fondata su brachilogie, ovvero risponde alle macrologie dei retorici sofisti, che usavano discorsi lunghi, continui e riccamente articolati, tramite le brachiologie, ovvero sentenze spesso ironiche che eludono tutto ciò che è già comprensibile dal contesto, prive di intrusioni, digressioni e formule vaporose tipiche de discorsi retorici.

Maieutica viene dal greco Maieutiké che sarebbe “la tecnica della levatrice”, infatti come la levatrice porta alla luce il bimbo, socrate porta alla luce dall’allievo le fini verità; così Socrate riconosce l’utilità del discorso nell’ estrapolare dall’altro idee sue personali e attraverso fini ragionamenti ricercare le ragioni e i torti nelle due parti, e non inserirgli il proprio punto di vista con metodi persuasivi. Un’ altra caratteristica fondamentale della dialettica maieutica, insieme alla brachiologia è l’ironia socratica, che viene dal greco Eironeia, e consiste nell’ atteggiamento del maestro di genuina curiosità, ovvero il fingersi ignorante riguardo all’argomento trattato, costringendo l’interlocutore ad un’analisi accurata del suo discorso, che può portarlo a contraddizioni o a asserzioni basate sull’opinione, che Socrate non accetta, quindi anche quest’ultima tecnica dialettica mira a raggiungere da soli la ragione o il torto nel proprio discorso, e non a sentirsela estrapolare o, peggio, manipolare da una persona estranea anche se gli si riconosce una superiorità intellettuale.

Alla dialettica maieutica Arthur Shopenhauer contrapporrà la dialettica eristica, che si basa sull’ ”ottenere ragione” piuttosto che “avere ragione”, poiché spesso all’uditorio interessa solo lo scontro lessicale e non dove risiede veramente la ragione.

Si ritorna quindi ad una sorta di retorica, ad un discorso basato più sull’espressione, la manipolazione e l’apparenza che non sulle ragioni portate.

La retorica, l’ ”arte dei coltelli”, quindi, è fondata su una continua illusione che non potrà mai contribuire al progresso dell’umanità, poiché si tratta di rinnegare il principio per cui tutti, attraverso il nostro ragionare, possiamo contribuire alla crescita dell’uomo; il dialogo è uno strumento di ricerca della verità potentissimo, se solo lo si riesce ad usare mettendo in discussione prima se stessi e le proprie tesi, e poi le altre. Forse si arriverà ad una verità più lentamente, ma sicuramente ci si arriverà tutti insieme e saremo molto più sicuri della certezza di quella verità, al contrario delle asserzioni di un maestro retorico che ci convince della loro in opinabilità, poiché queste ultime ci portano a postulare verità riconosciute solo da una parte di noi, ma accettate da tutti.




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21 ottobre 2005

a proposito di famiglia

Italiani diventano papà più tardi di tutti gli altri nel mondo
giovedì ottobre 20, 2005 1.52

ROMA (Reuters) - Gli uomini italiani diventano padri a un'età più avanzata di qualsiasi altra nazionalità, e fanno poco o nulla per aiutare le loro mogli una volta che i bambini sono nati, ha detto oggi l'ufficio di statistiche Istat.

Gli italiani hanno il primo figlio in media a 33 anni, contro meno di 31 anni dei padri spagnoli, francesi e finlandesi, sostiene l'Istat.

Parte del problema è che molti uomini italiani vivono con i genitori per più tempo che in qualsiasi altro paese del mondo, con il 40% dei maschi italiani di età compresa tra i 30 e i 34 anni che vivono ancora nella casa dei genitori.

Quando alla fine diventano padri, le donne italiane non devono aspettarsi un grande aiuto nelle faccende domestiche, ha detto l'Istat, precisando che la capacità degli uomini italiani di dedicarsi alle faccende domestiche è "inesistente o insoddisfacente".

L'Istat dice che gli uomini che si sposano a 35 anni hanno l'80 per cento in meno di possibilità di voler una bambino di quelli che si sposano a 25, mentre le donne non vogliono bambini nel caso in cui siano più grandi dei loro mariti.

Contrariamente agli uomini, le donne italiane hanno il primo figlio in media a 27 anni, sei mesi prima delle loro omologhe finlandesi.

Le statistiche rese note oggi faranno poco per rassicurare il governo italiano, preoccupato di una bomba a tempo demografica, mentre gli italiani invecchiano rapidamente e molte coppie decidono di avere solo un bambino o nessun figlio.


no comment.
(per sapere come la penso, cfr. post "la famiglia nella società italiana moderna")




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18 ottobre 2005

Edificio occupato riprovare più tardi


Occupazioni contro riforme o leggi.
Occupazione di edifici pubblici a scopo di protesta.
Ma è più complicato delle apparenze, stavolta.

Si, perché stavolta iniziano gli atenei, che sono mondi da occupazione dal 1986, e in questi giorni la protesta si espande anche alle scuole superiori. Ebbene, atenei occupati. Studenti, professori, ricercatori, tutti nelle aule col loro bravo sacco a pelo o a fare didattica alternativa e gruppi di protesta. E le superiori? Per ora c’è solo la miccia-Mamiani (parlo per Roma), che spera raccogliere i soliti consensi dal Virgilio e a ruota il Tacito, al Tasso va sempre a finire male, il Talete dorme come sempre. Ma è giusto occupare una scuola come forma di protesta? Urge un’accurata analisi. Per chi conosce questo blog, questo post potrebbe essere quasi fonte di nervosismo: “c’è già un post sulle manifestazioni, non basta?” no, non basta. Un’occupazione è diversa da una manifestazione. Nella manifestazione un gruppo di parecchie zucchine scorrazzano per le vie di una città urlando slogan senza senso. Un occupazione coinvolge un edificio pubblico, un ente pubblico, degli impiegati statali, e merita perciò un discorso a parte. In origine l’occupazione consisteva in un moto di pseudo-sommossa studentesca che esplodeva cacciando professori, ATA, segreteria e quant’altro, barricando le entrate e cercando di mantenere questa sorta di posto di blocco il più a lungo possibile sotto i pesanti colpi della polizia. Poi è diventata una ricerca di scuse per avere un edificio disponibile ai peggiori scempi. Ora, bisogna cambiare. Una dimostrazione, per funzionare, deve rispondere di due caratteristiche: visibilità e schieramento. Visibilità perché una protesta senza visibilità o è inutile e personale o è una società segreta. Schieramento perché all’interno di una protesta, deve essere chiaro che chi partecipa è schierato a favore della protesta e, si spera, condivida l’idea di base. Una protesta senza schieramento è stupida, perché diventa una festicciola in piazza o una cosa “normale”, che non dimostra nulla. Per dimostrare occorre visibilità e schieramento, dunque. Ebbene un’occupazione ha perso quasi tutta la sua visibilità, derivante dalla straordinarietà della dimostrazione, e spesso anche lo schieramento, perché chi partecipa quasi sempre lo fa per creare panico e “divertirsi”.

Con le scuole-trincea non si va da nessuna parte. E se si vuole portare avanti una protesta con mezzi così affilati e pericolosi per se stessi, bisogna assicurarsi di saperlo e poterlo fare. Se non si ha un organizzazione tale da impedire la “militarizzazione” e passività all’interno della scuola, per capirci barricate e nullafacenza, la scuola diventa una trincea inutile ai fini della protesta, pericolosa per gli altri perché di problemi ne spuntano a iosa (lamentele del quartiere, atti di vandalismo, di violenza…) e anche controproducenti per gli stessi manifestanti, a cui vengono negate visite didattiche, didattica alternativa, festa di fine anno ecc…. Ebbene allora se si vuole procedere con una forma di occupazione dominata dal raziocinio bisogna assicurarsi che gli studenti siano motivati, capaci di organizzarsi e tranquilli; bisogna poi che alcuni insegnanti contribuiscano tramite lezioni di didattica alternativa; bisogna avere la possibilità di interventi esterni (politici, onlus, insegnanti di altre scuole, genitori) e soprattutto bisogna organizzare un servizio d’ordine efficiente, meglio se si riesce a organizzare insieme a qualche adulto, e bisogna rispettare i suoi tempi. Se il servizio d’ordine decide che gli esterni cominciano a entrare, solo previa assunzione di responsabilità di interni registrati, da lunedì, ebbene fino a lunedì non entra a scuola neanche la regina d’Inghilterra, se non è stata invitata a tenere un dibattito.

Ma, sia chiaro, non si pensi così di far Politica, perché la Politica è altro, la Politica, quella vera con la “P” maiuscola, serve poi ad incanalare una dimostrazione di dissenso in azioni Politiche, che l’occupazione, la manifestazione, il picchetto non è e non potrà MAI esserlo.

 Infine, se davvero si vuole cambiare il mondo, bisogna cominciare con l’immaginarsi un ideale abitante di questo mondo migliore, e disegnarlo accanto allo specchio, perché la composizione chimica del pianeta non possiamo modificarla, ma l’animo di chi lo abita si, e chi lo abita? Io, e allora sono io che per primo devo cambiare.




permalink | inviato da il 18/10/2005 alle 15:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


 

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